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Raduno e mostra di fotografia a Sestri Levante

Sestri Levante. Nuovo appuntamento con la fotografia a Sestri Levante. Sabato e domenica prossimi, 23 e 24 marzo, si terrà, con il patrocinio del Comune di Sestri Levante ed il sostegno della Mediaterraneo Servizi e del Sistema Museale, il raduno annuale del Gruppo Fotografico Nazionale “Rodolfo Namias” di Parma.

Nella sala Expo di Palazzo Fascie, sede del museo della Città, si potranno ammirare, dal giorno 24 Marzo sino al 31 Marzo, le opere dei numerosi soci del Gruppo e sempre domenica 24, alle 10,  si potrà assistere ad una dimostrazione pratica di stampa con tecnica antica alla quale seguirà dibattito e discussione. La manifestazione, gratuita, è aperta a tutti.

 

Ecco i dettagli sul Gruppo Rodolfo Namias:

Il “Gruppo Rodolfo Namias” (GRN) venne fondato nel 1991 su iniziativa di alcuni membri del Circolo Fotografico “Il Grandangolo” di Parma i quali, per celebrare i 150 anni di nascita della fotografia, avevano deciso di riproporre immagini moderne ottenute con le tecniche di allora. Il Gruppo venne intitolato a Rodolfo Namias, la figura che influenzò profondamente la cultura tecnica e l’editoria fotografica italiana nella prima metà del secolo scorso. Attualmente il GRN conta quasi quaranta soci, provenienti da ogni parte d’Italia. Il GRN è fondato sul volontariato, garantisce la più ampia libertà di espressione ai suoi soci, non persegue fini di lucro, ed è apolitico. Tra i suoi vari scopi la riscoperta, lo sviluppo in tutte le sue forme e l’elaborazione dei processi fotografici sia storici che alternativi a quelli industriali di massa, dai quali si distinguono per la prevalente componente manuale che li caratterizza; l’organizzazione e la partecipazione a mostre fotografiche, la promozione, lo sviluppo e l’incremento della conoscenza e della diffusione delle tecniche stesse anche attraverso iniziative didattiche, culturali e ricreative, convegni, corsi, collaborazioni con riviste specializzate.

Indicazioni sulle antiche tecniche fotografiche che verranno eseguite

In Italia si usa comunemente questo termine per indicare metodi di ripresa o di stampa fotografica che si ispirano più o meno direttamente ai processi che furono inventati per la prima volta intorno al 1840, e che ebbero il loro massimo periodo di splendore a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Intorno al 1970, soprattutto negli USA, vi fu un rinnovato interesse da parte di alcuni fotografi tesi alla ricerca di qualcosa di nuovo e alternativo alle tradizionali carte fotografiche, e non a caso all’estero prevale il termine “Alternative Photography”. Nel giro di qualche decennio il numero di appassionati crebbe notevolmente, e negli ultimi tempi la tecnologia digitale ha consentito di produrre ottimi negativi per queste tecniche.

Tra di esse, si possono citare la stampa al platino, la gomma bicromatata, l’oleotipia, la stampa bruna VanDyke, la cianotipia, la callitipia, la carta salata, la stampa all’albumina, la stampa al carbone, la ripresa al collodio umido e non ultima la resinotipia, inventata da Rodolfo Namias nel 1922. Ognuna di queste tecniche possiede caratteristiche peculiari che vanno dall’eccezionale resa dei toni di grigio con nuances che vanno dal bruno al nero bluastro, alla possibilità di reinterpretare le immagini con l’uso del colore, ecc., il tutto scegliendo accuratamente la carta da disegno che conferisce materia e texture alla stampa.

Le caratteristiche comuni sono l’indipendenza dai prodotti commerciali, la necessità di sensibilizzare in proprio il supporto cartaceo e di preparare un negativo avente le stesse dimensioni della stampa, l’esposizione ai raggi UV che preclude l’uso dell’ingranditore, la grande varietà di risultati estetici che si possono ottenere, la stabilità nel tempo, e infine la necessità di recuperare la manualità tutta artigianale che contraddistingueva il fotografo ottocentesco.

Sembra paradossale proporre oggi, in piena epoca digitale sempre più protesa verso il futuro, stampe fotografiche realizzate con metodi obsoleti e talvolta quasi del tutto ignoti. Eppure ciò che si può ricavare facendo rivivere tecniche che richiedono in chi le applica una certa dose di pazienza, di manualità, e molta voglia di sperimentare, è profondamente diverso dalle solite fotografie.

La materia è la vera protagonista: l’immagine è su un vero foglio di carta da disegno, con le sue fibre e la sua superficie complessa. Talvolta l’immagine stessa è materia, e nessuna stampa è uguale all’altra così come deve essere un onesto prodotto di artigianato.

Abbiamo amichevolmente definito le tecniche antiche “lo slow food della fotografia”: niente di standardizzato e di misura ben determinata, né bagni chimici pronti per l’uso, né strettamente dipendente da una tecnologia industriale sempre più raffinata e quindi non riproducibile con mezzi propri.

Si assiste dunque alla riscoperta dell’Arte come Τέχνη (téchne), dell’abilità tecnica di esprimersi con un mezzo, di quello che gli anglosassoni chiamano arts and crafts: il fotografo diventa l’autore delle sue immagini nel senso più pieno della parola, con in più quella punta di narcisismo e di intima soddisfazione nel perseguire quello che potrebbe essere definito “il piacere materiale del fare”.

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