Aree contigue e innevamento artificiale, parla il presidente del Parco dell’Aveto

Santo Stefano d’Aveto. Ecco, integrale, l’intervento di Michele Focacci, presidente dell’Ente Parco dell’Aveto, dopo il comunicato divulgato ieri da alcune associaizoni ambientaliste (Italia Nostra, WWF e LIPU).

“Le associazioni ambientaliste che hanno redatto il comunicato hanno tutto il diritto di essere contro “questo, quello e quell’altro”, ci mancherebbe, scrivendo però non hanno fatto chiarezza, anzi hanno messo insieme cose che tra loro c’entrano poco, contribuendo così, piuttosto, a rendere le cose meno comprensibili per l’opinione pubblica, se non ambigue”, premette Focacci.

“Innanzitutto chiariamo che l’iniziativa di dotare il complesso sciistico di Santo Stefano di innevamento artificiale, che avrebbe lo scopo di valorizzare l’area degli impianti di risalita, parte dal Comune – prosegue il presidente -. Ricordo che l’area degli impianti è assolutamente (e di molto!) fuori dai confini del Parco, ma è oggi comunque ricompresa in un sito di importanza comunitaria (SIC), individuato dalla Regione, che ha affidato al Parco l’onere di valutare l’incidenza ambientale di determinati interventi. Nel caso che la sua realizzazione dovesse passare attraverso un parere del Parco, quest’ultimo ovviamente lo esprimerà con tutta l’attenzione all’ambiente che l’intervento merita: quando, e se sarà il caso, vedremo il progetto. Di per sé il fatto che sia in un SIC non vuol dire che non si possa fare: è solo importante che venga realizzato con un’attenzione speciale agli aspetti ambientali che il contesto esige, e questo vale per qualsiasi intervento.

Altra cosa, inserita nel comunicato, da chiarire: si cita un disegno di legge regionale “oggi in itinere” che “riduce i confini di tutti i parchi liguri”. Premesso che di questo, semmai, si dovrà chiedere conto all’amministrazione regionale, e in particolare al Consiglio, che sarà chiamato ad approvarlo, io posso solo dire che mi risulta che la Giunta regionale abbia predisposto alcune norme di aggiornamento della legge regionale sui parchi, che risale ormai al lontano 1995, e che ne approfitterà per fissare per legge i confini dei parchi (tranne Portofino, i cui confini sono già stati fissati per legge anni fa). Uno dei motivi di questa decisione, che dovrebbe semmai far piacere agli ambientalisti, è proprio quello di evitare che i confini delle aree parco possano modificarsi a piacimento, ogni volta che si interviene con un semplice aggiornamento del Piano del Parco (come avviene con l’attuale normativa), con il rischio di estendere o ridurre i parchi secondo le esigenze o le mode del momento…

Veniamo infine alla questione che invece ci investe, come Parco, più direttamente: quella delle cosiddette aree contigue. Premetto che ho già avuto modo di spiegare queste cose, per iscritto, alle associazioni firmatarie del comunicato, ma evidentemente senza successo: poco male, le ripeterò e ne approfitteranno -se vorranno- non solo loro, ma anche i lettori, che altrimenti possono restare un po’ disorientati dai comunicati ambigui.

Va detto una volta per tutte che le aree parco in senso stretto sono quelle racchiuse all’interno dei confini del parco: lì e solo lì è vietata la caccia, lì e solo lì l’ente parco esercita le proprie competenze ambientali e pianificatorie, rilasciando all’occorrenza il proprio nulla osta. La legge nazionale sui parchi (e di conseguenza anche la legge regionale ligure) prevede poi la possibile istituzione delle aree contigue, superfici territoriali in adiacenza all’area parco in senso stretto, in cui il Parco non esercita alcuna competenza, in cui le attività sono disciplinate esattamente come nelle altre aree esterne al Parco, dove la caccia è permessa. Unica differenza è che la caccia in tali aree contigue è riservata ai residenti dei Comuni del Parco. Lo scopo originario di tale istituto, che è oggi presente in Italia in adiacenza ad alcuni parchi nazionali e regionali, è quello di realizzare la gestione faunistico-venatoria nelle immediate prossimità di un parco attraverso cacciatori fidelizzati e legati al territorio. Non corrisponde al vero, quindi, sostenere che le aree contigue offrano maggior protezione ambientale rispetto al restante territorio, oppure, il che è lo stesso, affermare che riducendole o abolendole il territorio risulta poi meno tutelato: l’unica differenza è l’indirizzo di residenza di chi ci va a caccia… La legge infine prevede che la costituzione delle aree contigue avvenga tramite un’intesa tra la Regione e l’Ente parco interessato. Oggi la situazione in Liguria è variegata, e vi sono parchi che non hanno aree contigue (Beigua, Antola) e altri che ne hanno (tra cui l’Aveto), ma il tutto è sempre stato senza grossi scandali né problemi. Alla luce dell’esperienza degli scorsi anni, la Regione ha di recente (luglio 2018) proposto al nostro Parco di sopprimere le aree contigue individuate, con una precedente intesa, nel 2011, motivando la proposta anche con il fatto che la caccia al cinghiale, e quindi il suo contenimento, nelle aree contigue è resa difficoltosa se non impossibile a causa della limitazione degli aventi diritto. Le squadre per la caccia al cinghiale, infatti, dovrebbero essere formate solo da cacciatori residenti nei Comuni del Parco, condizione non sempre raggiungibile per via dello spopolamento delle frazioni montane: unica soluzione, anche per il contenimento di questo ungulato, spesso dannoso all’agricoltura, la possibilità di raggiungere i numeri necessari alla squadra per l’effettuazione delle battute di caccia, con l’ingresso di cacciatori residenti anche al di fuori dell’area protetta.

Non è neppure esatto, infine, invocare la sopravvivenza delle aree contigue motivandole come contesti in cui il Parco ha fatto significativi investimenti che altrimenti rischiano di essere vanificati: il Parco negli anni ha investito su tutto il territorio protetto, così come all’esterno, sia che fosse area contigua o no: ricordiamo infatti che il Parco ha investito dove era necessario e funzionale, e dove si trovavano terreni o immobili da riqualificare, per dar loro nuova vita in un’ottica di sviluppo e di turismo sostenibile (si pensi ai sei rifugi del Parco, alla Miniera di Gambatesa, o alle sedi/centri visita del Parco a Borzonasca e Rezzoaglio, addirittura nel contesto urbano di capoluoghi comunali).

Sotto il profilo ambientale, in ogni caso, e con buona pace di tutti, le superfici delle aree contigue restano comunque ricomprese e tutelate nei SIC sopra citati, a suo tempo individuati dalla Regione, e ben più ampi.

Il Consiglio del Parco, con deliberazione del 31 agosto 2018, ha quindi accondisceso alla proposta della Regione, ma a determinate condizioni, non di tipo nominalistico, ma concrete: impegni della Regione a sostenere il Parco nel mantenimento delle proprie strutture e, per il caso specifico di Gambatesa, la richiesta di classificazione di tutta la superficie del complesso ex minerario ad area parco vera e propria, realizzando così -addirittura- un aumento di superficie dell’area protetta”.